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Nel verso dei maestri

Nel verso dei maestri (10)

Poeti/ che il tempo/ le vostra ossa ha disperso/ ma non il verso/ che il vento continuerà/ a cantare lontano/ porgetemi la mano.

Giovedì, 03 Aprile 2014 10:12

Il Nucleo Tenace di Jorge Viegas

Con la poesia

spalancheremo la notte,

soffocheremo la paura.

 

Con la poesia

costruiremo l'uomo.

Non l'uomo definitivo

isolato nelle sue verità irrinunciabili,

in certezze assolute,

ma l'uomo

in permanente trasformazione.

L'uomo in viaggio.

L'uomo interrogativo.

 

Perché la poesia è sempre

(anche se con parole dolci e amabili)

il nucleo tenace

di una rivoluzione.


Ora invece la terra

si fa sempre più orrenda:

il tempo è malato

i fanciulli non giocano più

le ragazze non hanno

più occhi

che splendono a sera.

E anche gli amori

non si cantano più,

le speranze non hanno più voce,

i morti doppiamente morti

al freddo di queste liturgie:

ognuno torna alla sua casa

sempre più solo.

Tempo è di tornare poveri

per ritrovare il sapore del pane,

per reggere alla luce del sole

per varcare sereni la notte

e cantare la sete della cerva.

E la gente, l'umile gente

abbia ancora chi l'ascolta,

e trovino udienza le preghiere.

 

 E non chiedere nulla.

Come siamo fortunati ad esser operai, fratelli!

Com’è bello rimpinguare, per allontanare le miserie,

Il fraterno budget con i risparmi del mese,

Come l’ape riempie col suo miele l’arnia!

Oh! Questo frutto del lavoro è un sublime tesoro!

Quando la morte sceglie per vittima uno di noi,

Quando la malattia si aggrappa al suo letto

Il padre stremato che sragiona ed impallidisce,

La fame, l’orribile fame dalle pupille stravolte

Mostro che veglia alla soglia di tutte le mansarde,

O fratelli, non viene, tra le sue braccia soffocanti,

Stringere la nostra sposa e uccidere i nostri figli.

Questo oro è sempre là per salvaguardare le nostre famiglie

Per vestire l’orfano, e affinché le nostre giovani figlie

Non vadano, per un po’ di pane, vendere al ricco sfrontato

La calma dei loro giorni e la loro verginità.

 

Come siamo fortunati ad esser operai! La vita

Ci riserva delle dolcezze che più di un principe ci invidia

Al mattino, sui tetti, con gli allegri uccellini,

Noi cantiamo il sole che sorge dal seno delle acque,

Che, sommergendo questi tetti d’un mare di luce,

Muta in cornici d’oro i loro cornicioni di pietra,

E sembra riscaldare coi suoi raggi benedetti

La tegola, fragile sporgenza dove trovano  riparo i nidi.

Noi spiamo impazienti le bellezze a cui l’anima e la finestra

Sembrano aprirsi sbocciando al giorno nascente;

E, dall’alba alla notte, l’ala dei nostri ritornelli / Ghermisce

 nel suo volo i nostri mali e le nostre preoccupazioni.

 

Celebriamo, benediciamo il giorno che ci illumina,

Poiché il Cristo lo scelse per lasciare la terra

Per andare, nel cielo, ad offrire all’Onnipotente

Il cuore del genere umano, che ripulì col suo sangue,

Noi, lo abbiamo scelto, perché le nostre scale

Permettono anche a noi di avvicinarci alle volte celesti 

Perché sui nostri ponteggi appesi alle facciate,

sembriamo degli uccellini persi nello spazio. 

   

E, per consolidare questo nascente avvenire, fratelli

Non risparmieremo né le nostre braccia né il nostro sangue

Istruiamoci: i mali sono figli dell’ignoranza

Lavoriamo: il lavoro dona l’indipendenza.

Amici, io non sono uno di quelli insensati

Che predicano il lavoro con le braccia incrociate;

Il mio lavoro mi nutre, e il mio più nobile elogio,

E’ il rumore sordo che fa la mia cazzuola nel secchio.

 

 

La sera, quando voi vedete volar via pian piano

Sugli sbuffi di tabacco, le fatiche del giorno,

Che siano da voi scelti dei libri di scienze e di storia

Affinché i loro fecondi tesori entrino nelle vostre teste

Attingeteci là il segreto dei vostri diritti: i tiranni

Oppressero solo cervelli ignoranti    

L’ignoranza bloccò il carro dell’industria

Oh! Coltiviamo gli studi e amiamo la patria

Speriamo tanto che sul mare dei mondi al lavoro

Del vascello dei progressi Dio tenga sempre il timone.
Giovedì, 28 Febbraio 2013 16:22

Lentamente muore (Martha Medeiros)

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine,

 ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi

chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti,

 chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,

 chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,

 proprio quelle che fanno brillare  gli occhi, quelle che fanno di uno sbaglio un sorriso,

quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,

 chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza,

 per inseguire un sogno,

 chi non si permette almeno una volta nella vita fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge,

chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare;

chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,

chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,

 chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,

ricordando  sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità

Giovedì, 28 Febbraio 2013 16:17

Ultimo appello (Mario Luzi)

Vorrei arrivare al varco con pochi, essenziali bagagli,

Liberato dai molti inutili,

Di cui l’epoca tragica e fatua

Ci ha sovraccaricato…

 

E vorrei passare questa soglia

Sostenuto da poche,

Sostanziali acquisizioni

E da immagini irrevocabili per intensità e bellezza

Che sono rimaste

Come retaggio.

 

Occorre una specie di rogo purificatore

Del vaniloquio

Cui ci siamo abbandonati

E del quale ci siamo compiaciuti.

 

Il bulbo della speranza,

Ora occulta sotto il suolo

Ingombro di macerie

Non muoia,

In attesa di fiorire alla prima primavera.

 

 


Un tempo gli operai non erano servi.
Lavoravano.
Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore.
La gamba di una sedia doveva essere ben fatta.
Era naturale, era inteso. Era un primato.
Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in
modo proporzionale al salario.
Non doveva essere ben fatta per il padrone,
né per gli intenditori, né per i clienti del padrone.
Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura.
Una tradizione venuta, risalita da profondo della razza,
una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia
fosse ben fatta.
E ogni parte della sedia fosse ben fatta.
E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con
la medesima perfezione delle parti che si vedevano.
Secondo lo stesso principio delle cattedrali.
E sono solo io — io ormai così imbastardito — a farla adesso tanto lunga.
Per loro, in loro non c’era neppure l’ombra di una riflessione.
Il lavoro stava là. Si lavorava bene.
Non si trattava di essere visti o di non essere visti.
Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto. 
Lunedì, 25 Febbraio 2013 14:15

Vivi la vita ( Madre Teresa di Calcutta)

La vita è un'opportunità, coglila.
La vita è bellezza, ammirala.
La vita è beatitudine, assaporala.
La vita è un sogno, fanne una realtà.
La vita è una sfida, affrontala.
La vita è un dovere, compilo.
La vita è un gioco, giocalo.
La vita è preziosa, abbine cura.
La vita è una ricchezza, conservala.
La vita è amore, godine.
La vita è un mistero, scoprilo.
La vita è promessa, adempila.
La vita è tristezza, superala.
La vita è un inno, cantalo.
La vita è una lotta, accettala.
La vita è un'avventura, rischiala.
La vita è felicità, meritala.
La vita è la vita, difendila.

Mercoledì, 19 Dicembre 2012 16:46

Pausa

(Mario BENEDETTI, 1920-2009, poeta uruguayano)


Ogni tanto bisogna fare
una pausa
contemplarsi
senza l'abitudine quotidiana
esaminare il passato
dato per dato
tappa a tappa
mattonella per mattonella
e non piangersi le menzogne
ma cantarsi le verità.

Mercoledì, 12 Dicembre 2012 17:35

Itaca

(Konstantinos KAVAFIS, 1863-1933, poeta egiziano)

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d'incontri
se il pensiero resta alto e il sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga
che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche aromi
penetranti d'ogni sorta, più aromi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca
- raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo,per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Venerdì, 07 Dicembre 2012 16:22

La Ricerca (Jaques Brel)


        
                                               La quête 

Sognare un impossibile sogno

Avere l’anelito di chi va

Bruciare di una possibile febbre

Partire per dove  nessuno parte

Amare fino alla lacerazione

Amare anche troppo anche male

Cercare senza forza e senza armatura

di raggiungere l'inaccessibile stella

         

Rêver un impossible rêve

Porter le chagrin des départs

Brûler d'une possible fièvre

Partir où personne ne part

 

Aimer jusqu'à la déchirure

Aimer, même trop, même mal,

Tenter, sans force et sans armure,

D'atteindre l'inaccessible étoile


(Traduzione in italiano di Stefano Cosulich)
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