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Domenica, 24 Gennaio 2016 18:01

Il ricordo di Sandro

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Mi dispiace, ma per una volta non riesco ad essere sintetico, ho molte cose da dire su Stefano.

Ho conosciuto Stefano più di 25 anni fa. Una vita. Ricordo che negli anni ’90 talvolta lo incontravo sull’autobus per andare in ufficio e mi declamava la sua ultima poesia o qualche strofa di una canzone in francese. Alcuni viaggiatori sorridevano, altri si voltavano dall’altra parte, io ero francamente un po’ imbarazzato ma apprezzavo. Tanto che un giorno volle condividere con me un floppy disk con le sue poesie giovanili. Sul dischetto era scritto a matita “Da usare con la massima cautela…”.

Alcune di quelle poesie probabilmente adesso sono anche sul suo sito, che da qualche anno era diventato per lui, insieme alle newsletter poetiche, un mezzo per diffondere a tanti amici e colleghi i suoi versi e il suo pensiero. Confesso che l’idea di un sito internet venne a me; Stefano subito non era convinto, poi, quando ne realizzai la struttura insieme a lui e vide il risultato, fu ben contento di riempirlo con scritti e versi, nuovi e vecchi. Fui molto stupito di scoprire che presto divenne completamente autonomo nella gestione dei contenuti del sito, nonostante non fosse mai stato un amante degli strumenti informatici.

Sulla homepage volle scrivere: “Non vorrei trovarmi un giorno lassù a chiedermi cosa ho fatto tutto il tempo quaggiù...”. A rileggere adesso alcune delle sue poesie penso che “quaggiù”, per tanti anni, Stefano abbia lanciato in mare messaggi in bottiglia. Tanti sono arrivati al cuore di tutti noi, altri devono ancora arrivare a destinazione, perché non abbiamo saputo ascoltarli. Ma prima o poi arriveranno, attraverseranno le correnti contrarie delle nostre menti non ancora pronte a riceverli, e allora capiremo davvero quanto ci ha lasciato quaggiù.

Negli ultimi tre anni ho condiviso con Stefano tanti viaggi in auto dalla casa all'ufficio e viceversa. Si parlava di tutto, anche di lavoro, ogni tanto sfogando, al ritorno, i malesseri che avevano attraversato la giornata appena trascorsa. Negli ultimi anni ripeteva spesso una frase sospesa che talvolta anche io ribattevo per scherzare con lui e sdrammatizzare: “Siamo in una fase…”, diceva, lasciando sottintendere i grandi cambiamenti all’orizzonte e le ansie che lo turbavano. Eppure anche quando l’umore di entrambi era grigio, imboccando la sopraelevata o all’uscita dalla fabbrica, ogni volta che il cielo era sereno lui combatteva la malinconia dicendomi con la sua enfasi da ragazzo un po’ cresciuto: “Ma oggi abbiamo una giornata splendida! …”

Per uscire dal circolo vizioso del lavoro, però, durante il viaggio ascoltavamo soprattutto canzoni, di chansonniers e cantautori, poeti e musicanti. Possiamo dire che si era instaurato uno scambio, lui portava i suoi CD, io i miei; talvolta alcune proposte non erano nelle sue o nelle mie corde, ma raramente interrompevamo l’ascolto: dovevamo capire insieme cosa l’autore comunicava. Io col francese non ho mai avuto confidenza, allora lui (che lo capiva e lo parlava come l’italiano) traduceva per me le canzoni, intervenendo con maestria tra un verso e un altro, quasi interpretandole senza musica.

Saliva in macchina e tirava fuori il CD dalla borsa dicendo: “Oggi ti ho portato…” e inseriva nel lettore qualche classico immortale o qualche nuova scoperta. E così il viaggio passava con le note e le parole di Jacques Brel (massimo punto di riferimento di Stefano anche nel suo percorso poetico), ma anche di Leo Ferré, George Brassens, Víctor Jara, Violeta Parra, Pablo Milanés; e poi gli autori italiani, tra i quali prediligeva Fabrizio De André, Piero Ciampi, Luigi Tenco, Ivan Della Mea, Virgilio Savona, Gianmaria Testa e molti altri. Sperimentava sempre, scovava nei negozi di dischi nuove edizioni, nuovi arrangiamenti ed interpreti, non restava ancorato alla vecchia e classica canzone d’autore, continuava la ricerca, soprattutto nell’ambito della canzone popolare e di protesta, che amava molto e conosceva in modo approfondito, grazie alla sua cultura brillante e mai ostentata.

La domenica dopo il venerdì che ci ha lasciato ero in Corso Italia, davanti al mare. Era una di quelle “giornate splendide” che a lui piacevano tanto. Eppure, ancora stordito dalla sua perdita, non riuscivo a non pensare che, se quella malattia subdola e infame non ce l’avesse portato via così presto, Stefano avrebbe potuto essere lì, avrebbe passeggiato e chiacchierato, poi sarebbe andato a Messa come faceva sempre, nella chiesa di Boccadasse o a Sturla, in quella di Don Valentino.

Invece no, dopo questi sei mesi passati a cercare di capire se c’era qualcosa che potessi fare per farlo stare meglio, adesso non potevo fare più niente per lui.

Oppure sì. Il pensiero che si fece strada in me fu che qualcosa per lui potevo farlo. Da adesso potevo guardare il mondo attorno a me un po’ anche per lui, e guardarlo un po’ come lui lo guardava. Le prossime canzoni che ascolterò le ascolterò anche per lui e magari, in qualche modo, come lui le avrebbe ascoltate.

Certo, è uno strano rammarico pensare che non potrà più ascoltare tutte le canzoni e le poesie che non sono ancora state scritte. Oppure, per quello che ne sappiamo, dove è adesso può ascoltarle proprio tutte, anche quelle che non sono state ancora immaginate.

Grazie di tutto, Stefano.

Anche per i messaggi in bottiglia che devono ancora arrivare…

Il tuo amico Sandro.


Letto 1190 volte Ultima modifica il Giovedì, 28 Gennaio 2016 22:00
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